Testo Vincitore VIII edizione

OPERA SENTIMENTALE
(2016)

PARTE PRIMA
Ipotesi di messinscena: il Padre, la Madre, il Nonno, il Primo, il Secondo e il Terzo figlio sono seduti su un divano, uno accanto all’altro, con lo sguardo proiettato in avanti. Le scene che seguono avvengono in continuità, senza pause, come un flusso. I personaggi rimangono sempre seduti (eccezionalmente, si potrebbe optare per qualche spostamento).
1. LE RADICI
PADRE: Tutti dobbiamo morire prima o poi. Io, la mamma e anche voi tre.
PRIMO FIGLIO: Piange.
SECONDO FIGLIO: Piange.
TERZO FIGLIO: No. La mamma no. Piange.

2. LE RADICI II
PRIMO FIGLIO: Che succede quando si muore?
PADRE: La gente piange per un po’ e poi.
PRIMO FIGLIO: Poi?
PADRE: Vende i tuoi vestiti.

3. LE RADICI III
MADRE: Sono venuta a farti un po’ di critiche.
PADRE: Su?
MADRE: Educazione dei figli.
PADRE: Sono maleducati, lo so.
MADRE: No. Sono già adulti.

4. LE RADICI IV
MADRE: Mangia.
PRIMO FIGLIO: No.
PADRE: Mangia.
PRIMO FIGLIO: No.
MADRE: Mangia.
SECONDO FIGLIO: No.
PADRE: Mangia.
SECONDO FIGLIO: No.
MADRE: Mangia.
TERZO FIGLIO: No.
PADRE: Mangia.
TERZO FIGLIO: No.
MADRE: Mangia.
NONNO: No.
PADRE: Mangia.
NONNO: No.
PADRE: Chi ha il pane non ha i denti.
NONNO: Eh, già.

5. LE RADICI V
NONNO: Si può sapere chi sei?
PADRE: Tuo figlio.
NONNO: Bastardo.
PADRE: No. Proprio il tuo.

6. PARLI COME UNA DONNA
MOGLIE: Quando imparerai a comportarti da uomo?
MARITO: E tu, quando imparerai a comportarti da uomo?
MOGLIE: Io non sono eterna.
MARITO: Nemmeno io sono eterno.
MOGLIE: Quando potrò fare affidamento su di te?
MARITO: E io, quando potrò fare affidamento su di te?
MOGLIE: Mi sento sola.
MARITO: Anch’io mi sento solo.
MOGLIE: Posso contare sulla tua presenza?
MARITO: E io, posso contare sulla tua presenza?
MOGLIE: Non tornerò mai quella di prima.
MARITO: Nemmeno io tornerò mai quello di prima.
MOGLIE: Quando mi guarderai di nuovo negli occhi?
MARITO: E tu, quando mi guarderai di nuovo negli occhi?
MOGLIE: Ho poca pazienza.
MARITO: Anch’io ho poca pazienza.
MOGLIE: Riuscirai a essere di nuovo a tuo agio?
MARITO: E tu, riuscirai a essere di nuovo a tuo agio?
MOGLIE: Ho la vista annebbiata.
MARITO: Anch’io ho la vista annebbiata.
MOGLIE: Ascolta.
MARITO: Che cosa vuoi?
MOGLIE: Fare l’amore con te.
MARITO: Stasera no, Giuseppina.
MOGLIE: Andresti a dormire?
MARITO: Spegni la luce.
MOGLIE: Ma sentiti. Parli come una donna.

7. OH, MAMMINA.
MARITO: Che ne dici?
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Il mio bisogno è più grande del tuo?
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Sei bloccata.
MOGLIE: E da cosa lo capisci?
MARITO: Dici che non te la senti.
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Il mio bisogno è più grande del tuo.
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Potrei spronarti.
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Potrei stuzzicarti.
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Potrei dirti troia.
MOGLIE: Non me la sento.
MARITO: Potrei fare da me.
MOGLIE: Non me la sento. Non me la sento.
MARITO: Il mio bisogno è molto più grande del tuo.
MOGLIE: Forse ti ricordo tua madre.
MARITO: Oh, mammina.

8. SONO TUO PADRE
NONNO: Ti ricordo tua madre, per caso?
PADRE: Un po’.
NONNO: Luca, io sono tuo padre.

9. COS’ È UN INFARTO?
PRIMO FIGLIO: Sembra un ciccione che sta per avere un infarto.
SECONDO FIGLIO: È proprio un ciccione che sta per avere un infarto.
TERZO FIGLIO: Voglio vedere. Voglio vedere.
NONNO: Voglio vedere. Voglio vedere.
PRIMO FIGLIO: Guarda come adesso gli viene un infarto.
SECONDO FIGLIO: Adesso gli viene proprio un infarto.
TERZO FIGLIO: Voglio vedere. Voglio vedere.
NONNO: Voglio vedere. Voglio vedere.
PRIMO FIGLIO: Non si regge più in piedi.
SECONDO FIGLIO: No, non sta più in piedi.
TERZO FIGLIO: Voglio vedere. Voglio vedere.
NONNO: Voglio vedere. Voglio vedere.
PRIMO FIGLIO: È a terra, ha avuto un infarto.
SECONDO FIGLIO: È proprio un ciccione che ha avuto un infarto.
TERZO FIGLIO: Ecco, lo vedo.
NONNO: Ecco, lo vedo.
PRIMO FIGLIO: Così ciccione non poteva che avere un infarto.
SECONDO FIGLIO: Così ciccione sì.
TERZO FIGLIO: Cos’è un infarto?
NONNO: Non lo so.
TERZO FIGLIO: Cos’è un infarto?
PRIMO FIGLIO: Non lo so.
TERZO FIGLIO: Cos’è un infarto?
SECONDO FIGLIO: Non lo so.
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TERZO FIGLIO: Mamma, cos’è un infarto?
MADRE: Non lo so.
TERZO FIGLIO: Papà, cos’è un infarto?
PADRE: Non lo so.
TERZO FIGLIO: Piange

10. IL NONNO SE L’È FATTA ADDOSSO
MADRE: Che succede?
PRIMO FIGLIO: Il nonno se l’è fatta addosso.
NONNO: No, è stato lui.
TERZO FIGLIO: Piange

11. NOI NON SIAMO EBREI
PADRE: Ragazzi, ricordate: noi non siamo ebrei.
PRIMO FIGLIO: E allora?
SECONDO FIGLIO: E allora?
TERZO FIGLIO: E allora?
NONNO: E allora?
PADRE: Si scorderanno di noi.
TERZO FIGLIO: Piange
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12. RICORDI
NONNO: Mi ricordo che nel 1936 abitavo in una casa in campagna. Mia madre
aveva otto figli, per cui io avevo sette fratelli. Eravamo cinque maschi e tre femmine.
Ruggero, il primogenito, era nato il 2 Febbraio del 1918 ed era del segno
dell’acquario. Marcella, la secondogenita, era nata il 22 Agosto del 1920 ed era del
segno del leone. Barbara non aveva mai visto la luce del sole. Ma se fosse nata,
l’avrebbe fatto nel mese di Febbraio del 1922 e sarebbe stata anche lei del segno
dell’acquario. Romano detto Natalino, il terzogenito, era nato il 25 Dicembre del
1923 ed era del segno del capricorno. Aurelio, il quartogenito, handicappato, era nato
il 7 Gennaio del 1925 ed era anche lui del segno del capricorno. Il 10 Marzo del 1927
ero nato io, il quintogenito, sotto il segno dei pesci e perfettamente sano. Un anno
dopo, il 10 Marzo del 1928, era nata Anna, la sestogenita. Il settimogenito sarebbe
dovuto nascere a Maggio del 1929 e chiamarsi Piero, come mio padre, ma anche lui
non aveva mai visto la luce del sole. Sarebbe stato del segno dei gemelli. Il 15
Settembre del 1932 era nata Settimia, la settimogenita, ed era del segno della vergine.
Infine il 9 Aprile del 1936 era nato di nuovo Piero, come mio padre, ottavo e ultimo
figlio del segno dell’ariete. Ruggero, Marcella, Romano detto Natalino, Aurelio, io,
Anna, Settimia e Piero eravamo tutti e otto sopravvissuti alla guerra. Pure Aurelio che
era handicappato. Chi non ce l’aveva fatta era stata mia madre, Lucia, che era morta
di parto il 30 Agosto del 1942, alla veneranda età di 45 anni, mentre tentava di
mettere al mondo Agata, la nonogenita, nonché terza figlia che non aveva mai visto la
luce del sole. Se fosse nata, Agata sarebbe stata l’unica figlia bastarda, visto che mio
padre, Piero, era partito per l’Irlanda il 7 Novembre del 1940. Mi ricordo che,
quando il 31 Ottobre del 1943, era tornato a casa, sia io che Aurelio avevamo il
morbillo, mentre Piero si era preso i pidocchi giocando a nascondino coi figli di
Romano, che era diventato padre di Mario il 27 Luglio del 1941 e di Barbara il 6
Agosto del 1942. Mi ricordo che quel giorno Marcella aveva preparato i tagliolini e li
aveva conditi col sugo di lumache. Alcune le aveva sgusciate per bene, altre le aveva
lasciate intere, perché a Romano, detto Natalino, piaceva tirarle fuori con la bocca.
Anna, che non amava le lumache, aveva mangiato i tagliolini in bianco e li aveva
conditi con l’olio al rosmarino. Il 30 Novembre del 1945, finita la guerra, papà Piero
era ripartito per l’Irlanda. Mi ricordo che ci aveva salutati uno ad uno, tranne
Aurelio, che aveva ancora il morbillo. E mi ricordo pure che portava un berretto
verde e dei pantaloni che gli aveva stirato Anna con la riga laterale dritta. Il 15 Marzo
del 1947 si era sposata mia sorella Marcella che il 5 Dicembre di quello stesso anno
aveva partorito Luca, del segno del sagittario. Il 6 Luglio del 1949 aveva partorito
Giuliana, del segno del cancro e il 24 Novembre del 1950 aveva partorito Severa, del
segno del sagittario, come Luca. Il 29 Giugno del 1949 si era sposato mio fratello
Romano detto Natalino. Il 4 Luglio del 1950 sua moglie, Rosalba, aveva partorito
Piero, come mio padre, del segno del cancro, come Giuliana, figlia di Marcella. Il 17
Marzo del 1953 sempre Rosalba, la moglie di Romano, detto Natalino, aveva
partorito Saverio e Antonella, due gemelli, entrambi del segno dei pesci, come me. Io
mi ero sposato il 10 Aprile del 1950 e mia moglie, Costanza, aveva partorito Giulio il
28 Dicembre dello stesso anno, sotto il segno del capricorno, come mio fratello
Aurelio e mio fratello Romano, detto Natalino. Il 3 Agosto del 1952 sempre mia
moglie Costanza, aveva partorito Cecilia, del segno del leone. Il 22 Aprile del 1956
aveva partorito Adele, del segno del toro. Il 25 Settembre del 1957 aveva partorito
Aurelia, del segno della bilancia. Il 9 Marzo del 1959 aveva partorito Denise, del
segno dei pesci, come me. Il 12 Luglio del 1960 aveva partorito Giacomo, del segno
del cancro, come Piero, figlio di Rosalba, e Giuliana, figlia di Marcella. Il 30 Ottobre
del 1961 aveva partorito Beatrice, del segno dello scorpione. Il 1 Gennaio del 1963
aveva partorito Ernesto, del segno del capricorno. Il 10 Maggio del 1964 era morta di
parto, come mia madre, Lucia, mentre tentava di mettere al mondo Ludovico, che, se
fosse nato, sarebbe stato del segno del toro, come la sorella Adele. Il 31 Marzo del
1965 mi ero risposato con Renata che, il 12 Febbraio del 1967, aveva partorito
Saveria, del segno dell’acquario, come mio fratello Ruggero, e il 19 Agosto del 1970,
aveva partorito Luca, del segno del leone, come mia sorella Marcella. Mio fratello
Aurelio, data la sua condizione svantaggiosa, era ancora illibato, mentre mia sorella
Anna, anche se nubile, il 14 Ottobre del 1955 aveva dato alla luce Riccardo e
Antonia, due gemelli, entrambi del segno della bilancia. Mi ricordo che, secondo le
previsioni, Antonia doveva essere maschio. Ci eravamo rimasti molto male quando
l’avevamo vista femmina, tranne mia sorella Settimia che, per sbaglio, quattro mesi
prima, mentre aspettava di partorire Federico, aveva cucito un pigiamino rosa. Mi
ricordo che Ruggero voleva più bene a Barbara che a Mario. Marcella voleva più
bene a Severa che a Giuliana. Romano, detto Natalino, voleva più bene a Piero, come
mio padre. Io volevo bene più di tutti a mio fratello Aurelio e lui voleva bene sia a mio
figlio Giulio che ai gemelli di Anna, Riccardo e Antonia. Mi ricordo, invece, che
Anna preferiva i figli di Marcella e Settimia avrebbe scambiato suo figlio Federico con
tutti i figli di Piero, che erano Sebastiano, nato il 5 Gennaio del 1961, del segno del
capricorno, Umberto, nato l’11 Marzo del 1965, del segno dei pesci, Laura, nata il 30
Luglio del 1968, del segno del leone e Roberto, nato il 3 Settembre del 1971, del
segno della vergine. Mi ricordo che la prima a morire era stata mia sorella Marcella,
di ictus, il 25 Luglio del 1980, alla veneranda età di cinquantanove anni. Al suo
funerale erano venuti tutti tranne Piero, figlio di Romano detto Natalino, Federico,
figlio di Settimia, e Riccardo, figlio di Anna, fratello gemello di Antonia. Il 3 Gennaio
del 1985 era morto mio fratello Aurelio, di morbillo, anche lui alla veneranda età di
cinquantanove anni. Al suo funerale erano venuti Ruggero, i figli di Marcella,
Romano detto Natalino, Saverio e Antonella, la mia seconda moglie Renata, Adele,
Aurelia, Beatrice, Saveria, Luca, mia sorella Anna, Riccardo e Antonia, mia sorella
Settimia, mio fratello Piero coi figli Sebastiano, Laura e Roberto. Il 14 Agosto del
1997 era morto mio fratello Romano detto Natalino, di varicocele, alla veneranda età
di settantatré anni. Mi ricordo che al suo funerale non era venuto quasi nessuno
perché faceva troppo caldo. L’ultimo a morire, infine, era stato mio fratello Ruggero,
di vecchiaia, il 22 Maggio del 2008, giorno in cui Maria, figlia di Giuliana, nipote di
mia sorella Marcella, aveva partorito Jacopo, handicappato, del segno dei gemelli. Mi
ricordo che quel giorno c’erano state tante lacrime.

13. RICORDI II
PADRE: Chi era al telefono oggi?
NONNO: Non mi ricordo.
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14. RICORDI III
MOGLIE: Sono convinta, io ti ricordo tua madre.
MARITO: No, lei era diversa.
MOGLIE: Aveva gli occhi dello stesso colore dei miei.
MARITO: No, i suoi erano diversi.
MOGLIE: Aveva un modo di camminare simile al mio.
MARITO: No, il suo era diverso.
MOGLIE: Aveva un odore della pelle che ricordava il mio.
MARITO: No, il suo era diverso.
MOGLIE: Però usava il mio stesso profumo.
MARITO: Su di lei era diverso.
MOGLIE: Aveva il mio stesso atteggiamento autoritario.
MARITO: No, il suo era diverso.
MOGLIE: Si vestiva seguendo il mio stesso gusto.
MARITO: No, era diverso.
MOGLIE: Aveva la mia stessa lavatrice.
MARITO: No, la sua era un po’ diversa.
MOGLIE: Le piaceva giocare a carte come a me.
MARITO: No, a lei non piaceva.
MOGLIE: Cucinava gli stessi piatti che cucino io.
MARITO: Ma il sapore dei suoi era diverso.
MOGLIE: Fumava le mie stesse sigarette.
MARITO: Erano diverse.
MOGLIE: Leggeva i miei stessi romanzi.
MARITO: Diversi.
MOGLIE: Guardava le mie stesse telenovele.
MARITO: Diverse.
MOGLIE: I miei stessi talkshow.
MARITO: Diversi.
MOGLIE: I miei stessi programmi di cucina.
MARITO: Diversi. Lei ne guardava di diversi.
MOGLIE: Perché non ti ricordo tua madre?
MARITO: Non lo so. Io ti ricordo tuo padre?
MOGLIE: Sì.
MARITO: Siamo diversi.
Ipotesi: Nei ricordi di Lui e Lei (il Padre e la Madre da giovani) gli altri potrebbero alzarsi dal divano e lasciarli da soli.
15. RICORDI IV
LUI: Stai bene con quel vestito.
LEI: Lo so.
LUI: Ti dona quella borsetta.
LEI: Lo so.
LUI: È bello il tuo sorriso.
LEI: Lo so.
LUI: Vorrei conoscerti.
LEI: Lo so.

16. RICORDI V
LEI: I tuoi baci mi aprono porte sempre nuove, mi elettrizzano, mi sconvolgono, mi
paralizzano, mi eccitano, mi stuzzicano, mi animano, mi elevano, mi depurano, mi
migliorano, mi sostengono, mi sviscerano, mi assalgono, mi divorano, mi coccolano,
mi stupiscono, mi comprano, mi stendono, mi sciolgono, mi compromettono, mi
allibiscono, mi stremano, mi conquistano, mi svegliano, mi penetrano, mi assorbono,
mi aprono, mi ungono, mi turbano, mi liberano, mi ghiacciano, mi rilassano,
m’infuocano, mi cercano, mi spogliano, mi dondolano, mi fendono, mi bloccano, mi
macellano, mi amano.
LUI: Lo so.

17. RICORDI VI
LUI: Potremmo andare a casa mia.
LEI: Troppo lontano.
LUI: Potremmo andare a casa tua.
LEI: Troppo vicino.
LUI: Potremmo andare giù in cantina.
LEI: Troppo buio.
LUI: Potremmo andare in riva al mare.
LEI: Troppo freddo.
LUI: Potremmo andare in macchina.
LEI: Troppo stretto.
LUI: Potremmo andare in moto.
LEI: Troppo aperto.
LUI: Potremmo andare in motel.
LEI: Troppo squallido.
LUI: Potremmo andare in hotel.
LEI: Troppo costoso.
LUI: Potremmo andare in ufficio.
LEI: Troppo rischioso.
LUI: Potremmo andare in centro.
LEI: Troppo abitato.
LUI: Potremmo andare in periferia.
LEI: Troppo desolato.
LUI: Potremmo andare al parco.
LEI: Troppo vago.
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LUI: Potremmo andare su una panchina.
LEI: Troppo specifico.
LUI: Potremmo andare in terrazzo.
LEI: Troppo ventilato.
LUI: Potremmo andare in giardino.
LEI: Troppo scomodo.
LUI: Potremmo andare all’estero.
LEI: Troppo impegnativo.
LUI: Potremmo restare qui.
LEI: No. Troppo facile.

18. RICORDI VII
LEI: Voglio renderti la vita un inferno.
Voglio odiarti con determinazione.
Voglio schiacciarti come un insetto.
Voglio farti rimpiangere il passato.
Voglio ferirti nell’orgoglio.
Voglio vederti infelice.
Voglio toglierti la libertà.
Voglio riempirti la testa di rimproveri.
Voglio trattarti in modo indegno.
Voglio ridurti sul lastrico.
Voglio renderti le notti insonni.
Voglio ridicolizzarti davanti agli amici.
Voglio privarti del silenzio.
Voglio indurti in schiavitù.
Voglio manometterti i pensieri.
Voglio comandarti.
Voglio distoglierti dagli svaghi.
Voglio cancellarti i bei ricordi.
Voglio limitarti gli spostamenti.
Voglio romperti gli schemi.
Voglio infrangerti gli spazi.
Voglio detestarti nell’essenza.
Voglio risultarti meschina, egoista e paranoica.
Hai capito cosa voglio?
LUI: Sì, tu vuoi sposarmi.

19. HO VISTO…
PRIMO FIGLIO: Ho visto mamma e papà fare l’amore.
SECONDO FIGLIO: Che schifo.
NONNO: Che schifo.
TERZO FIGLIO: No, la mamma no. Piange.

20. COS’È UN INFARTO II?
PRIMO FIGLIO: Se bagniamo la mano del nonno mentre dorme, lui si piscia
addosso.
SECONDO FIGLIO: Facciamolo.
TERZO FIGLIO: Facciamolo.
PRIMO FIGLIO: Se gli bagniamo la mano e gli solletichiamo i piedi, lui si piscia e si
caca addosso.
SECONDO FIGLIO: Facciamolo.
TERZO FIGLIO: Facciamolo.
PRIMO FIGLIO: Se gli bagniamo la mano, gli solletichiamo i piedi e gli apriamo la
bocca, lui si piscia addosso, si caca addosso e vomita tutta la cena.
SECONDO FIGLIO: Facciamolo.
TERZO FIGLIO: Facciamolo.
PRIMO FIGLIO: Se gli bagniamo la mano, gli solletichiamo i piedi, gli apriamo la
bocca e poi gliela chiudiamo, lui si piscia addosso, si caca addosso, vomita tutta la
cena e poi soffoca.
SECONDO FIGLIO: Facciamolo.
TERZO FIGLIO: Facciamolo.
PRIMO FIGLIO: Se gli bagniamo la mano, gli solletichiamo i piedi, gli apriamo la
bocca, gliela chiudiamo e gli grattiamo la gola, lui si piscia addosso, si caca addosso,
vomita tutta la cena, soffoca e sbava dappertutto.
SECONDO FIGLIO: Facciamolo.
TERZO FIGLIO: Facciamolo.
PRIMO FIGLIO: Se gli bagniamo la mano, gli solletichiamo i piedi, gli apriamo la
bocca, gliela chiudiamo, gli grattiamo la gola e lo svegliamo, lui si piscia addosso, si
caca addosso, vomita tutta la cena, soffoca, sbava dappertutto e muore d’infarto.
SECONDO FIGLIO: Facciamolo.
TERZO FIGLIO: Cos’è un infarto?
PRIMO FIGLIO: Non lo so.
TERZO FIGLIO: Cos’è un infarto?
SECONDO FIGLIO: Non lo so.
TERZO FIGLIO: Piange.

21. SMETTILA DI PIANGERE
PRIMO FIGLIO: Smettila di piangere.
SECONDO FIGLIO: Smettila di piangere.
MADRE: Smettila di piangere.
PADRE: Smettila di piangere.
TERZO FIGLIO: Piange
PRIMO FIGLIO: Continua, continua a piangere.
TERZO FIGLIO: No. Smette di piangere.
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22. TI PORTO RANCORE
MARITO: Ti porto il mio amore.
MOGLIE: Poi lo guardo.
MARITO: Ti porto il mio cuore.
MOGLIE: Poi lo guardo.
MARITO: Ti porto la mia anima.
MOGLIE: Poi la guardo.
MARITO: Ti porto rancore.
MOGLIE: Lascia stare. Portami alla biennale di architettura, ho bisogno di un nuovo
divano.
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23. I TUOI BACI…
MOGLIE: (al telefono) I tuoi baci mi aprono porte sempre nuove, mi elettrizzano, mi
sconvolgono, mi paralizzano, mi eccitano, mi stuzzicano, mi animano, mi elevano, mi
depurano, mi migliorano, mi sostengono, mi sviscerano, mi assalgono, mi divorano,
mi coccolano, mi stupiscono, mi comprano, mi stendono, mi sciolgono, mi
compromettono, mi allibiscono, mi stremano, mi conquistano, mi svegliano, mi
penetrano, mi assorbono, mi aprono, mi ungono, mi turbano, mi liberano, mi
ghiacciano, mi rilassano, m’infuocano, mi cercano, mi spogliano, mi dondolano, mi
fendono, mi bloccano, mi macellano, mi amano.
IDRAULICO: Lo so.
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24. SEI ANDATA A LETTO CON KLAUS?
MARITO: Sei andata a letto con Klaus?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Wolfried?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Burk?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Christopher?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Gerald?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Friedrich?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Volkram?
MOGLIE: No.
MARITO: Sei andata a letto con Stefan?
MOGLIE: No.
MARITO: Questo vuol dire che sei andata a letto con Oscar.
MOGLIE: No.
MARITO: Allora perché sei andata a Berlino?

25. I TUOI BACI…
MOGLIE: (al telefono) I tuoi baci mi aprono porte sempre nuove, mi elettrizzano, mi
sconvolgono, mi paralizzano, mi eccitano, mi stuzzicano, mi animano, mi elevano, mi
depurano, mi migliorano, mi sostengono, mi sviscerano, mi assalgono, mi divorano,
mi coccolano, mi stupiscono, mi comprano, mi stendono, mi sciolgono, mi
compromettono, mi allibiscono, mi stremano, mi conquistano, mi svegliano, mi
penetrano, mi assorbono, mi aprono, mi ungono, mi turbano, mi liberano, mi
ghiacciano, mi rilassano, m’infuocano, mi cercano, mi spogliano, mi dondolano, mi
fendono, mi bloccano, mi macellano, mi amano.
DOTTORE: Lo so.

26. PER ME È SOLO IPOCONDRIA
MOGLIE: Guarda, per me è solo ipocondria.
MARITO: Zitta, cazzo, io sto male.

27. I ROMANZI RUSSI
MOGLIE: Pyotr ama Tatiana. Tatiana ama Pyotr. Tatiana e Pyotr si sposano.
Eugeniy ama Svetlana. Svetlana ama Eugeniy. Svetlana e Eugeniy si sposano. Pyotr e
Eugeniy sono amici. Tatiana e Svetlana sono sorelle. Pyotr è il cognato di Svetlana.
Tatiana è la cognata di Eugeniy. Tatiana s’innamora anche di Eugeniy. Eugeniy e
Tatiana diventano amanti. Pyotr e Svetlana restano solo cognati, anche se Pyotr è
innamorato di lei. Per Svetlana c’è solo Eugeniy ma per Eugeniy ora c’è anche
Tatiana. Tatiana ha sia Pyotr che Eugeniy e così gli sta bene. Un giorno, però,
Svetlana, stanca di aspettare Eugeniy, cede alle lusinghe di Pyotr. Pyotr e Svetlana
diventano amanti. Ora per Pyotr c’è solo Svetlana. Tatiana perde Pyotr e rimane solo
con Eugeniy che, però, decide di tornare da Svetlana. Svetlana è irremovibile, vuole
solo Pyotr. Anche Pyotr è irremovibile, vuole solo Svetlana. Pyotr lascia Tatiana.
Svetlana lascia Eugeniy. Pyotr e Svetlana si sposano. Tatiana, da moglie, diventa
cognata di Pyotr mentre Eugeniy, ex marito di Svetlana, decide di partire. Tatiana,
ormai rimasta sola, contrae la depressione e chiede alla sorella Svetlana di aiutarla.
Tatiana si trasferisce a casa di Pyotr e Svetlana. Pyotr non è d’accordo. Svetlana e
Pyotr litigano. Svetlana decide di partire. Pyotr e Tatiana restano da soli. Pyotr e
Tatiana diventano amanti. Tatiana guarisce dalla depressione. Eugeniy un giorno
incontra Svetlana. I due, prima diventano amanti, poi litigano. Eugeniy torna a casa.
Tatiana e Pyotr si risposano. Tatiana e Pyotr hanno un bambino che chiamano Ivan.
Ivan piange tutto il gorno. Pyotr non lo sopporta. Pyotr chiama Eugeniy, che è suo
amico, e lo invita a stare a casa sua come bambinaio. Eugeniy rivede Tatiana.
Eugeniy e Tatiana diventano amanti. Eugeniy e Tatiana hanno un bambino che
chiamano Yuriy. Pyotr crede di essere il padre di Yuriy, ma è solo il padre di Ivan.
Yuriy è un bambino che non piange. Pyotr dice a Eugeniy di andarsene. Tatiana,
senza Eugeniy, contrae di nuovo la depressione. Tatiana muore. Pyotr resta da solo
con Ivan e Yuriy. Eugeniy decide di partire. Svetlana decide di tornare. Per colmare il
vuoto lasciato da Tatiana, Svetlana si trasferisce da Pyotr. Pyotr e Svetlana diventano
amanti. Pyotr e Svetlana hanno un bambino che chiamano Konstantin. Torna
Eugeniy. Konstantin non piange come Ivan quindi Pyotr non ha bisogno di un
bambinaio. Eugeniy contrae la depressione. Eugeniy prende Yuriy e decide di partire.
Pyotr non capisce perché non abbia preso anche Ivan. Konstantin si ammala e
muore. Anche Svetlana contrae la depressione. Svetlana prende Ivan e decide di
partire anche lei, ma ricordandosi che non è suo figlio, lo abbandona in un
orfanotrofio. Un’improvvisa ondata di gelo colpisce il paese. Pyotr, Eugeniy e
Svetlana muoiono. Ivan sopravvive fuggendo dall’orfanotrofio e rifugiandosi in
Europa. Un giorno scriverà le sue memorie.
MARITO: Quindi?
MOGLIE: I romanzi russi sono lo specchio della vita.

28. STAR MALE
MARITO: (al telefono) Certo che tutti dobbiamo morire prima o poi ma questo non
significa che dobbiamo andare incontro alla morte come se fosse una nuova vita. In
fin dei conti sappiamo tutti benissimo qual è il destino che ci aspetta. Lo so io, lo sai
tu, lo sanno i vecchi, lo sanno i bambini…
Certo che lo sanno anche le donne… Non vedo perché dovrebbero essere private di
una verità così fondamentale. E poi, se non lo sapessero, sarebbero di certo più
silenziose. Invece parlano ininterrottamente perché il silenzio ricorda loro che la fine
incombe anche sulle loro teste. Usano fiumi di parole per ingannare l’attesa, per
riempirla di vani discorsi che alleggeriscono la loro angoscia… Se solo prendessero
coscienza della fortuna che hanno a non essere eterne. Le loro vite sarebbero più
piene…
Certo, ma i centri commerciali sarebbero vuoti…
Il problema della religione è che non poggia su basi solide. Se dio esistesse sarebbe
tutto più semplice. Andrebbe dagli uomini e gli direbbe che non esiste…
Certo, non avrebbero più il loro capro espiatorio. E allora sarebbero costretti a
prendersi le responsabilità delle loro azioni…
Esatto, bisognerebbe costruire nuove sedie elettriche.
La gente intorno a me è in attesa. Aspettano tutti che prima o poi succeda qualcosa.
Sì, hanno tutti uno sguardo un po’ misero, i loro occhi non sono accesi. Lo sanno
bene che ciò a cui assisteranno non sarà all’altezza delle loro aspettative. D’altronde
come potrebbe essere diversamente. Anch’io non mi aspetto niente. Tra qualche
minuto si spegneranno le luci e qualcuno inizierà a dire la sua sul mondo, sulla vita,
sul destino dell’uomo moderno. Come se la sua opinione fosse in qualche modo più
originale delle altre. Come se dovesse presentarci chissà quale verità…
Infatti, come se non sapessimo già tutti che tra un lasso di tempo ignoto e incalcolabile
le nostre ossa saranno concime e i nostri pensieri dimenticati. Il nostro corpo, così
faticosamente ipernutrito, tornerà a infiacchirsi e le sinapsi si piegheranno a tal punto
da farci dimenticare chi sono i nostri parenti. Non riconosceremo più i nostri genitori,
né i nostri amici o i nostri fratelli. A un certo punto non riconosceremo più neanche
noi stessi. Saremo talmente piegati al volere del destino che non ci rimarrà altro da
fare che soccombere. Uno dopo l’altro. Smettere di esistere definitivamente mentre il
mondo continua ad andare avanti…
Certo, anche a me è la cosa che dà più fastidio. E qui torniamo al discorso precedente.
Se ci fosse davvero un dio alla base di tutto questo avrebbe di certo organizzato le
cose un po’ meglio. Persino io sarei stato in grado di predisporre il tutto in modo un
po’ più accettabile. Non dico perfetto. Ma accettabile.
Innanzitutto non avrei fornito agli uomini la coscienza della morte. Capisci anche tu
che è una crudeltà. Non dico che li avrei resi immortali, ma almeno ignari della
catastrofe inevitabile, come i cani, i topi, gli uccelli…
No, non mi sento fuori posto. Ormai non m’interessa più prevalere. Voglio solo
assistere all’ennesima recita straripante di vanità, sperando che finisca al più presto, e
andarmi a rimpinzare l’anima in un fast food, confondendomi col nulla, per poi
addormentarmi saturo di olio fritto e svegliarmi nel pomeriggio piovoso di un giorno
qualsiasi che è diverso dal precedente solo perché è ventiquattro ore più vicino alla
morte…
Non è pessimismo. È concretezza.
Ti saluto.

29. STAR MALE INSIEME
TUTTI: In un unico mondo
Dove si cammina in tanti
La certezza è evidente
Star male insieme
È comunque meglio di niente.
PARTE SECONDA
30. CON CHI VAI AL CIMITERO?
Funerale del Nonno. In mezzo al salotto la bara ancora aperta, dal suo interno spuntano dei fiori. La
Madre, il Padre, il Primo, il Secondo e il Terzo Figlio sono tutti vestiti di nero. Immaginiamo la
stanza piena di parenti (dovremmo ricordarci, più o meno, quanti figli e nipoti aveva il Nonno), anche
loro vestiti di nero. Noi non li vediamo ma è proprio come se fossero lì.
Ipotesi di messinscena: tutti compiono delle azioni fisiche precise: offrire il vino, servire dolcetti,
sistemare i fiori, andare avanti e indietro ecc… Ogni tanto, in un punto preciso della stanza, qualcuno
cade.
PADRE: Dovrei dire l’elogio a questo punto.
MADRE: Come stanno i tuoi figli?
PADRE: Mi sono appuntato due righe su questo taccuino nero.
MADRE: Ti trovo bene. Hai uno splendido sorriso.
PADRE: Oh, non c’è niente da ridere, sono padre anch’io.
MADRE: I miei figli somigliano tutti a Luca. Hanno i suoi occhi e il suo stesso modo
di fare.
PADRE: Ci prenderemo il tempo necessario.
MADRE: Nelle giornate di merda mi metto a letto e guardo il soffitto.
PADRE: È sempre un dispiacere.
MADRE: Oppure innaffio le mie rose in giardino.
PADRE: Perdere chi ti ha dato tutto questo.
MADRE: Hai visto che non hanno le spine?
PADRE: La possibilità di verificare di persona la bellezza di quest’esistenza così.
MADRE: Non me lo so spiegare.
PADRE: Particolare.
MADRE: Le miei mani profumano di incenso.
PADRE: Quando ero giovane e avevo la tua età mi piaceva andare a spasso
allegramente.
MADRE: Io ho gli occhi color nocciola. Quelli di Luca invece sono blu.
PADRE: Mi guardavo intorno e pensavo: che bella la vita.
MADRE: I miei capelli sono molto chiari. Quelli di Luca, invece, sono troppo scuri.
PADRE: Abbandoniamoci alla fede. La fede che la felicità è di questo mondo.
MADRE: L’ho sempre saputo che mi avrebbe sposata.
PADRE: Lei non se l’aspettava. Per niente.
MADRE: Mi guardava così intensamente che mi toglieva il respiro.
PADRE: Quando le ho detto che l’avrei portata alla Biennale quasi non si è messa a
piangere.
MADRE: E le sue parole. Le sue dolci parole.
PADRE: E ho anche strafatto. Prenotando una camera d’albergo.
MADRE: Vuoi un canapè?
PADRE: “Muoio dimenticato
E non fui mai nato
È una balla
Ch’io non sia una farfalla
Sono un niente
Inesistente
Una battaglia che nessuno ha combattuto
Un raffreddore che nessuno ha avuto
Sono l’unto
Del Signore
Autopresunto
Sono una merda assurda
Sono un lumicino sparuto
Nella notte di uno sconosciuto
Un enigma che non si risolverà
Un buco senza cavità
All’inferno voglio andare
Per urlare
E puzzare
Quando piscio mi trastullo
Con l’uccello
Sono un cretino
Un bel bocconcino
Sono un frizzo
Un ghiribizzo
Sono un fiore innominato
Eppure sono sbocciato
Sono una peluria piena di furia
Il gioco non l’ho mai imparato
Partii prima d’essere arrivato
Voglio urlare
Se mi pare
Sono un incidente
A dio indifferente
Nessuno che guarisca il mio male
Io sono un lieto finale”.
Questo le ho detto per farla morire.
MADRE: “Ti amo
Più di tutto
Più di tutto al mondo
Mi piaci
Mi piace stare vicino a te
Mi piace guardarti
Non penso che tu sia stupida
Penso che tu sia carina
Non mi annoi
Mi piacciono le tue sopracciglia
Molto
Sono tutte e due squisite
Davvero
Mi piace annusarti
Mi piace il tuo profumo
Penso che tu abbia buon gusto
Penso che tu abbia del talento
Non penso che tu sia pigra
Mi piace toccarti
Solo in un modo simpatico
Non rido di te
Ti amo davvero
Ti amo
Ho voglia di abbracciarti, e stringerti, e coccolarti, e amoreggiare con te
Va tutto bene
Giuro che non ti lascerò mai mai, mi faccio una croce sul cuore e che possa morire se
non dico la verità”.
Questo mi ha detto per farmi acconsentire.
PADRE: La notte è sempre il buio dell’anima. Per questo di notte mi rintano nei
sonniferi.
MADRE: Lui ha paura che io muoia mentre dorme.
PADRE: Ad essere sinceri si è sempre nel giusto.
MADRE: L’anno scorso mi sono vestita molto male. Non esistono scuse. Mi sono
vestita molto male. Con l’illusione di essere sempre al top top.
PADRE: Dovrei dire l’elogio a questo punto?
MADRE: Improvvisa. Tu sai improvvisare. Abilitati all’improvvisazione, non si sa
mai, l’anno prossimo.
PADRE: Chi mi porta un canapè?
MADRE: Non ce n’è più.
PADRE: Troppa affluenza al buffet.
MADRE: Puoi mandare giù un sorso.
PADRE: Mi astengo. “Papà
Le tue sensazioni andate
In fumé
Così si guarda in faccia la realtà
Quella che non va
Io mi trattengo la tristezza
Ostento con fermezza
Le mie capacità d’orazione
Vedi che non ci sono smancerie
Né le tue né le mie
Ogni notte prima di dormire io
Ho la certezza che
Il mondo è solo questo qua
Dove sei allora tu adesso
Fumé di anima
Il processo è questo
Eppure io
Fra un anno o ancora più in là
So che in giardino
O in cantina
O sotto le stelle morte come te
Parlerò al vento
Dei miei guai
Certo che tu mi ascolterai”
Chiamatemi pure romantico.
MADRE: Ha parlato col cuore, io lo conosco.
PADRE: Ho parlato di me. In tutto quello che dico ci sono io.
MADRE: Nella mia borsetta non trovo mai niente. Eppure è così piccola. Avete mai
visto una borsetta così piccola?
PADRE: C’era qualcuno con lui quando la sua anima è andata in fumé?
MADRE: Mi circondo sempre di oggetti sproporzionati. Piccoli gioielli, piccole scarpe
e grandi aspirapolveri. Io potrei morire per un grande aspirapolvere.
PADRE: Forse non sono ben pettinato. Ho ragione, genio dei geni, non sono per
niente ben pettinato.
MADRE: In continuazione vedo il futuro accorciarsi. Quando l’ultimo dei miei figli
andrà all’università cosa ne sarà di me? Un altro funerale. Il mio funerale.
PADRE: Un altro funerale? Stiamo scherzando?
MADRE: Potresti scrivere tu l’elogio. Sei un bravo poeta.
PADRE: Io non me la sentirei.
MADRE: A me farebbe piacere.
PADRE: Dovremmo intavolare una discussione ma, ora, dove li troviamo i
presupposti?
MADRE: Non mi fai sbellicare dalle risate. In fondo, ti ho chiesto un favore.
PADRE: Lo riconosco. Ci penserò più in là nel tempo.
MADRE: Non rientro mai fra le tue priorità.
PADRE: Non corrucciarti. È il mio carattere ghibellino. Sai che mi piace la storia.
MADRE: Non so quante cose so di te. Forse non abbastanza.
PADRE: Come quantifichi abbastanza?
MADRE: Con i miei parametri femminili, perciò totalmente arbitrari.
PADRE: Conosco donne dotate di equilibrio e oggettività. E abili rappresentanti del
pensiero scientifico.
MADRE: Posso fregarmene?
PADRE: Puoi farlo.
MADRE: A me piace esistere, non oggettivare. O oggettizzare, oggettualizzare,
oggettare, oggetturare. Io me ne frego degli oggetti.
PADRE: Tu sei così. Parli come mangi.
MADRE: Io sono come mi hanno fatta mia madre e mio padre.
PADRE: Vale per tutti.
MADRE: In particolare per me.
PADRE: Dovrei fare i convenevoli a questo punto?
MADRE: Siamo pieni di formalità. A parte i canapè, che sono finiti.
PADRE: Canterò il mio pezzo preferito.
MADRE: Mi fanno male i piedi.
PADRE: “Reggiti reggiti
Storica legione
Conquisterai i cieli
E li tempesterai
Di senso assoluto
Come non si può
Non amare il passato
Le ruote, i faraoni e il bestiame
Io ci muoio per gli egizi
E Babilonia mi emoziona
Canali tematici
La mia ricreazione
Imperialismo a go go
E quei fossili animali
Sono impazzito
Per le guerre mondiali
Tranne l’olocausto
Brutto brutto brutto
Su certi argomenti non si può scherzare
Invece il Vietnam
Grossa filmografia
Avrei voluto essere lì
A fare bang bang
E poi ritornare
E impazzire con la testa
Ma poi oggi
Che si fa
Bisogna imparare i presidenti
Io li so
Sì io li so
History history
True love”
Sono ancora intonato?
MADRE: Hai il senso del ritmo. Questo ti contraddistingue.
PADRE: Tu non omaggi papà con qualcosa?
MADRE: Mi fanno male i piedi.
PADRE: Prova a districarti sul tappeto.
MADRE: Farò un po’ di yoga se ce n’è bisogno.
PADRE: Non ce n’è bisogno.
MADRE: Un inchino.
PADRE: Inconcludente.
MADRE: Un passo a due.
PADRE: Con te stessa?
MADRE: Of course.
PADRE: Te lo concedo.
MADRE: Non guardatemi tutti quanti, solo qualcuno. (Improvvisa al momento un passo a due con se stessa).
PADRE: Emozionante, patetico, comico. Un manuale dell’arte circense.
MADRE: Guardavano tutti. Avevo chiesto solo qualcuno.
PADRE: Ci hai messo della rumba?
MADRE: Te ne sei accorto. Solo un pezzettino.
PADRE: Se avessi una bomba la farei esplodere adesso. Per la gioia mia e di tutti.
MADRE: Ora sì che mi andrebbe un canapè.
PADRE: Cosa fanno i nostri figli?
MADRE: Giocano col cadaverino del nonno. Tu lo sai che gli erano devotamente
affezionati. Oh, che confusione!
PADRE: Gli ospiti s’interrogano sui lasciti.
MADRE: Noi abbiamo agito d’anticipo.
PADRE: Abbiamo fatto il nostro dovere. Altrimenti ci avrebbero spogliati anche dei
nostri vestiti.
MADRE: Rimarranno a bocca asciutta poveretti.
PADRE: Non hanno diritto di successione con le carte che il nonno ha firmato. E poi
gli abbiamo offerto un buffet.
MADRE Un buffet è sufficiente. E poi sempre gradito.
PADRE: Hanno finito i canapè prima del previsto. Ne rivendicheranno ancora?
MADRE: A breve sarà tutto acqua sotto i ponti.
PADRE: A breve saremo in una casa semi-vuota.
MADRE: La riempiremo con un po’ di gioia.
PADRE: A proposito “Con chi vai al cimitero?
Se vuoi entrare con la macchina
Ci vuol l’autorizzazione
Che scocciante frustrazione
Io ci vado col metrò
Delle otto non lo so
Delle nove su per giù
Alle dieci è buio blu
L’importante sai è per me
Che ci venga pure te
Accompagnami laggiù
Al cimitero, al cimitero
Al cimitero, al cimitero
Al cimitero, al cimitero
A seppellir il mio vecchio
Fammi compagnia
Dama spiritosa
Tienimi la mano mentre lui riposa”
Questa è per te, Giuseppina.
MADRE: Io sono allibita dalle tue parole. Ogni tanto dici quelle che non mi aspetto.
PADRE: Ne sei fiera?
MADRE: Ne sono avvolta.
PADRE: Amore.
MADRE: Super amore nei momenti di difficoltà. (Nella sua testa queste parole: “I tuoi baci
mi aprono porte sempre nuove, mi elettrizzano, mi sconvolgono, mi paralizzano, mi eccitano, mi stuzzicano, mi animano, mi elevano, mi depurano, mi migliorano, mi sostengono, mi sviscerano, mi assalgono, mi divorano, mi coccolano, mi stupiscono, mi comprano, mi stendono, mi sciolgono, mi
compromettono, mi allibiscono, mi stremano, mi conquistano, mi svegliano, mi penetrano, mi assorbono, mi aprono, mi ungono, mi turbano, mi liberano, mi ghiacciano, mi rilassano, m’infuocano, mi cercano, mi spogliano, mi dondolano, mi fendono, mi bloccano, mi macellano, mi amano”.
Rappresentante di aspirapolveri: Lo so.) Smettila di piangere!
PRIMO FIGLIO: Piange perché il nonno è morto d’infarto.
SECONDO FIGLIO: Piange perché nessuno gli ha detto che cos’è un infarto.
TERZO FIGLIO: (piangendo) Io non piango. Sono fatto così.
MADRE: Puoi lavorare su te stesso, che ne pensi?
TERZO FIGLIO: Mamma, non morire anche tu.
MADRE: Non è nei miei piani prima che tu vada all’università.
TERZO FIGLIO: Appenderò un poster di gioia nel mio cuore.
PRIMO FIGLIO: Parli come una femmina.
TERZO FIGLIO: E allora?
PRIMO FIGLIO: Potresti darmi fastidio. Io sono di destra.
TERZO FIGLIO: Mamma, cosa vuol dire?
MADRE: Per queste cose rivolgetevi a vostro padre.
TERZO FIGLIO: Papà, cosa vuol dire?
PADRE: Non vuol dire niente. Ai nostri giorni conta solo la grinta e il taglio di
capelli.
TERZO FIGLIO: E cos’è un infarto?
PADRE: Questo avresti dovuto chiederlo al nonno. A proposito “Con chi andate al
cimitero?
Nero, nero
Nero, nero
Nero, nero
Il buio cimitero
Ossa rotte
Crani spaccati
Al cimitero
Non si vede l’infinita fossa
Non si vede la terra rossa
Non si vede la carcassa
Al buio cimitero
Puzza di fiori appassiti
Sentore di anime fumé
Ahimé ahimé
Il cimitero
Per tutti quanti C’è”.
Questo è un periodo in cui sono particolarmente sensibile.
Silenzio.
PRIMO FIGLIO: Non piangi?
SECONDO FIGLIO: Non piangi?
MADRE: Non piangi?
TERZO FIGLIO: No. Quello che dice papà, a volte, non lo capisco.
MADRE: Hai ragione, a volte non si capisce niente di quello che dice. Però sa
improvvisare. Voi sapreste improvvisare così?
PRIMO FIGLIO: Io sto iniziando adesso a muovermi nella vita.
SECONDO FIGLIO: Anch’io sto iniziando adesso.
TERZO FIGLIO: Io ancora no.
PRIMO FIGLIO: Il nonno ha lo sguardo imbambolato. Vieni a vedere?
MADRE: Dovrebbe avere l’aspetto di un corpo esanime.
PRIMO FIGLIO: Sembra che qualcuno l’abbia costretto a guardare un’infinita
telenovela.
MADRE: Ti sei lavato le mani?
PRIMO FIGLIO: Sì.
TERZO FIGLIO: Non se le è lavate. Se le è messe in tasca.
MADRE: Stai nascondendo qualcosa?
PRIMO FIGLIO: No.
TERZO FIGLIO: Se le è messe in tasca di soppiatto.
MADRE: Tu cos’hai da dire?
SECONDO FIGLIO: Io non ho visto. Ero disinteressato.
MADRE: Fammi vedere le mani. Cosa nascondono?
PRIMO FIGLIO: (mostrando le mani) Niente.
MADRE: Profumano di gioia. Non ti dispiace che il nonno non ci sia più?
PRIMO FIGLIO: Il nonno è lì. E ha lo sguardo imbambolato.
MADRE: Hai sentito?
PADRE: Certo.
MADRE: È impermeabile al dolore.
PADRE: Se si potesse fare qualcosa per cambiarlo, io non lo farei. La sua è una
condizione invidiabile.
MADRE: Ma un giorno potrebbe rivoltarsi. E farci del male.
PADRE: Non lo farà finché gli siamo indispensabili.
PRIMO FIGLIO: Dite tutto così apertamente. Io vi so intendere.
MADRE: Non ci sono segreti fra noi.
PADRE: Fra noi è tutto trasparente.
PRIMO FIGLIO: Non avete voglia di ritagliarvi degli spazi?
MADRE: Per farci che cosa?
PRIMO FIGLIO: Per alimentare qualche illusione di felicità.
MADRE: Hai sentito?
PADRE: Certo.
MADRE: Ha una proprietà di linguaggio spinosa. Quello che dice, a volte, non lo
capisco.
PADRE: Tu sei brava con le emozioni, ma non con le parole.
MADRE: Dovrei fare un corso d’aggiornamento?
TERZO FIGLIO: Non cambiare, mamma.
MADRE: Per te sarò sempre io. Per gli altri posso essere anche un film.
PADRE: Non rendere così evidenti le tue predilezioni.
MADRE: Tu cos’hai da dire?
SECONDO FIGLIO: Io non ho sentito. Ero disinteressato.
MADRE: Hai finito tu i canapè?
SECONDO FIGLIO: Ne ho presi tre o quattro. Tutti squisiti.
MADRE: Sai che abbiamo ingaggiato un catering?
SECONDO FIGLIO: Un catering squisito.
MADRE: Vorrei che tu ci volessi più bene.
SECONDO FIGLIO: Lo vorrei anch’io.
MADRE: Nella sua crudeltà, tuo fratello sa ricompensarci meglio.
SECONDO FIGLIO: Sarò presto in via d’estinzione.
MADRE: Hai sentito?
PADRE: Certo.
MADRE: Perché sono così spinose le parole dei nostri figli?
PADRE: Non aver paura. È il mio cromosoma, non il tuo.
MADRE: Vorrei aver apparecchiato io questa tavola. Avrei ricevuto tanti
complimenti.
TERZO FIGLIO: Tu sei bella, mamma.
MADRE: Detto da te è così irrilevante.
PADRE: Non ridurlo a una manciata di briciole.
MADRE: So che lui mi ama incondizionatamente. Per me è un eroe.
TERZO FIGLIO: Continuerò ad esserlo fino all’università.
MADRE: Mi fai tornare la gioia.
PADRE: Era evaporata? Tu oggi non sotterri il tuo passato.
MADRE: Io oggi perdo solo un inquilino, lo so. Ma ho lucidato il suo bastone per
anni.
PADRE: A proposito: “Chi era?
Che mi generava
Quando innocente
Facevo cuccù
In questo cosmo
Chi era?
Se non il mio vecchio
Con uno zampillo
Di energia
Che professionalità la vita
È così dolce
Provar questa novità
Che alla fine
Quando finisce
Si vorrebbe ricominciar d’accapo”
Non so se sono stato convincente.
MADRE: Forse un po’ ripetitivo.
PADRE: Ho usato già queste parole?
MADRE: Hai espresso già pensieri come questo.
PADRE: Io ho questo pallino dell’esistenza. Chiamami pure filosofo.
MADRE: Pensi che dovremmo spaccare qualche noce?
PADRE: Perché?
MADRE: Il buffet si è impoverito.
PADRE: Io non ho fame. Degli altri non dovrei curarmi, oggi è il mio giorno di
supremo dolore.
MADRE: Perdona allora i miei occhi asciutti.
PADRE: Sono aperti. Questo è più importante.
MADRE: Io noto poi una certa cosa.
PADRE: Anch’io.
MADRE: Un cambiamento.
PADRE: Certo.
MADRE: Un passaggio dalla pienezza al vuoto.
PADRE: Sono andati via tutti. Siamo soli.
MADRE: Finalmente.
PADRE: Finalmente.
MADRE: Facciamo l’amore?
PADRE: E i ragazzi che fanno?
MADRE: Giocano col cadaverino del nonno.
PADRE: Sbottonami qualcosa allora.
MADRE: E tu aprimi la camicetta.
PADRE: Hai la pancia così comoda.
MADRE: Fai cuccù sotto la gonna, ti ho lasciato una sorpresa.
PADRE: Il tuo fiore non appassisce mai. Il bocciolo è compatto e la corolla mi
assorbe, gioia delle gioie.
MADRE: Laggiù le tue parole diventano oscillazioni. Canta una canzone.
PADRE: “Hai trafficato
Con l’armadietto del bagno
Sophie
Le tue mammelle
Sono rosse
Come il fuoco
Neanche l’oceano
Le spegnerebbe
Per me è slovacco
Il tuo sedere
Così ostinato
Facciamo la ballata
Della coscia
E uniamoci in sì, sì, sì
Sophie
Sophie
Sophie”
Ora sbottonami qualcosa.
MADRE: Chi è Sophie?
PADRE: Sei tu nei miei sogni.
MADRE: Sapevo che non ti piaceva il mio nome.
PADRE: Abbracciami.
Un lungo abbraccio.
PRIMO FIGLIO: Il nonno non ne può più delle vostre smancerie.
SECONDO FIGLIO: Perché hai la camicetta sbottonata?
MADRE: Mi si è aperto uno squarcio nel cuore.
TERZO FIGLIO: A me piace la mamma così. Mamma, sei carina.
PADRE: Non sentite anche voi il tic tac del tempo che passa?
PRIMO FIGLIO: No.
SECONDO FIGLIO: No.
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TERZO FIGLIO: No.
MADRE: No.
PADRE: E io come posso fare a persuadervi se sono l’unico a sentirlo?
MADRE: Non rovinarci questo momento.
PADRE: Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac.
PRIMO FIGLIO: Smettila papà, risvegli in me l’ansia del futuro.
PADRE: Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac.
SECONDO FIGLIO: Smettila papà, mi fai pensare all’oblio.
PADRE: Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac.
TERZO FIGLIO: Smettila papà, dai fastidio alla mamma.
PADRE: Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac, Tic Tac.
MADRE: Smettila. Dobbiamo recidere i fiori.
PADRE: A proposito “Con chi andiamo al cimitero?
Se vogliamo entrare con la macchina
Ci vuol l’autorizzazione
Che scocciante frustrazione
Andiamoci in metrò
Delle otto non lo so
Delle nove su per giù
Alle dieci è buio blu
L’importante sapete è che
Ci si vada in più di tre
Accompagnatemi laggiù
Al cimitero, al cimitero
Al cimitero, al cimitero
Al cimitero, al cimitero
A seppellir il mio vecchio
Fatemi compagnia
Gente spiritosa
Tenetemi la mano mentre lui riposa”.
Forza, mettiamoci in marcia.
PRIMO FIGLIO: Non possiamo tenere il nonno nello stanzino?
SECONDO FIGLIO: Non si può.
MADRE: No, no.
TERZO FIGLIO: No, no.
PADRE: Non si può. Ti comprerò un modellino.
PRIMO FIGLIO: Peccato.
Vanno verso l’uscita ma, uno dopo l’altro, sempre nello stesso punto, cadono.

31. HO UN EBREO ALLE CALCAGNA
PRIMO FIGLIO: (dormendo) Ebreo. Ebreo.
Ebreo.
Dio.
Ebreo.
Infame.
Oculista.
Oculista ebreo.
Mamma.
Coniglio.
Coniglio ebreo.
Sfigato coniglio ebreo.
Hai le lenti specchiate.
Fammi specchiare nelle lenti che ti ritrovi sul naso, comunissimo nasone ebreo da
oculista.
Mamma!
Ho un ebreo alle calcagna.
Mi perseguita nel sonno con le sue lenti e tutti i suoi soldi in grossi bigliettoni. Sono
talmente tanti che potrei ricoprirci la staccionata e farla diventare una staccionata
ebrea.
Vuole portarmi alla sinagoga, mamma!
Io non ci voglio andare perché li odio.
Io li odio, mamma.
Io odio gli oculisti.
Perché non ci divertiamo a sfondargli le finestre dipinte a mano?
I poveri non amano gli oculisti perché gli fanno dipingere a mano le loro finestre per
due lire.
Spilorci ebrei.
Non mi seguite.
Non mi perseguitate.
Non venderò le mani per due lire.
Non mi farò raggiungere dalle vostre gambe.
L’inferno.
Mi aspetta l’inferno di una vita da reietto.
Circondato. Escluso. Perseguitato.
Solo perché ho espresso il mio odio con la stessa forza dell’amore.
Lenti.
Lenti specchiate, guardatevi bene intorno. L’insistenza non paga. La mia corsa non
conosce fine, scapperò via come il più veloce missile antiebreo.
Vi sfuggirò. Irresponsabili ricconi.
E vi costringerò a baciarmi il culo alla sinagoga.
Non faccio pace col mio rancore, lo dissemino come il più fertile concime.
Farò crescere roccaforti e torrette.
Campi base.
Appostamenti.
Galere.
Il mio sogno è sfogarmi nel pieno delle mie grazie sulla folla.
Con lo sguardo severo…
… di chi non è mai stato dall’oculista.
Mamma!
Ho un ebreo alle calcagna.
Vuole portarmi alla sinagoga a bere il sangue dei bambini.
Mamma!
Vuole vestirmi da rabbino e farmi dire le preghiere in ginocchio.
Mamma!
Mi perseguita notte e giorno con le lenti specchiate riflettenti.
Mamma!
Mi entra nella testa quando meno me lo aspetto.
Mamma!
Perché lo odio?
Perché?
Perché?
Perché?
Perché?
Aiutami a fuggire!
(Urla)
(Si sveglia)
SECONDO FIGLIO: Avevi detto di aver fatto pace con la tua aggressività.
PRIMO FIGLIO: Stavo dormendo, ho fatto un brutto sogno. Mamma?
SECONDO FIGLIO: Sei un contenitore di odio.
PRIMO FIGLIO: Ma io devo sfogarmi in qualche modo. Mamma non vuole che prendo a calci la gente.
SECONDO FIGLIO: E il nonno?
PRIMO FIGLIO: Mi manca da impazzire.
SECONDO FIGLIO: Senza di lui non puoi aprire la tua valvola.
PRIMO FIGLIO: Senza di lui ho le mani legate e il tempo non mi passa mai.
SECONDO FIGLIO: Dici cose orribili mentre dormi.
PRIMO FIGLIO: Dovrei tapparmi la bocca? A me questa vita mi fa schifo.
SECONDO FIGLIO: Chissà perché?
PRIMO FIGLIO: Quindici anni sono lenti.
SECONDO FIGLIO: Dormi per farli scorrere più in fretta?
PRIMO FIGLIO: Prendo queste gocce.
SECONDO FIGLIO: Dove le hai trovate?
PRIMO FIGLIO: Ho trafficato nell’armadietto del bagno. C’era di tutto, persino
un… Apri la bocca.
SECONDO FIGLIO: A nessun costo la apro. Io mi sento bene.
PRIMO FIGLIO: Dammi retta. Apri.
SECONDO FIGLIO: Ma a me piace una ragazza. Vorrei dirglielo.
PRIMO FIGLIO: Alle ragazze non si può dire niente altrimenti ti mangiano.
SECONDO FIGLIO: Quando l’hanno fatto con te?
PRIMO FIGLIO: Io non mi lascio mangiare da nessuno. Tantomeno dalle ragazze.
Anzi, le odio. Come gli oculisti. Mi fanno venire il tarlo dell’angoscia quando mi
guardano negli occhi interrogandomi sul sentimento supremo. Alle ragazze interessa
sempre e solo il sentimento supremo.
SECONDO FIGLIO: E non è una bella cosa?
PRIMO FIGLIO: No, è una condanna. Essere sempre interrogati con lo sguardo
sulla situazione sentimentale. Io voglio anche prendermi sul serio e guardare in faccia
la realtà del momento. Quella più operativa, non quella del tupitupi. Apri la bocca.
SECONDO FIGLIO: Mamma non vuole.
PRIMO FIGLIO: Mi ci faccio le scarpe, non posso amare i fiorellini e voler bene a
tutti.
SECONDO FIGLIO: Non vuole che traffichi col suo armadietto.
PRIMO FIGLIO: Apri, è una sensazione magica quella che ti dà.
SECONDO FIGLIO: Ma dopo sto male.
PRIMO FIGLIO: Dopo stai come sempre.
“Apri l’ingresso
del tuo corpicino
alla favola più bella
che mammina già sa.
Non ti raccontano
l’abbraccio del sonno
interno, profondo
sbirciando l’aldilà.
Fermala, fermala
la testa dubbiosa
valutando ogni cosa
soffrire ti fa.
Un viaggio lontano
ma sempre sul divano
conquista gli universi
e poi torna qua.
Stacca la spina
è quasi un’aspirina
stacca il cervello
che ora viene il bello.
Stacca la spina
è quasi un’aspirina
stacca il cervello
che ora viene il bello.
Stacca la spina
è quasi un’aspirina
stacca il cervello
che ora viene il bello.
Stacca la spina
è quasi un’aspirina
stacca il cervello
che ora viene il bello
che ora viene il bello
che ora viene il bello”.
Non fare l’ebreo.
SECONDO FIGLIO: (Beve le gocce) Non è che poi non mi ricordo più chi sono?
PRIMO FIGLIO: Non fanno questo miracolo. Dicono solo chi sei veramente.
SECONDO FIGLIO: Io lo so già. A me piacciono le ragazze, una in particolare: Sophie.
PRIMO FIGLIO: Sdraiati a pancia in giù e fissa il pavimento. Cosa vedi?
SECONDO FIGLIO: Un labirinto atomico. Senza uscita. Ci sono io e c’è il mio amore che mi sussurra qualcosa nell’orecchio.
PRIMO FIGLIO: Ti sta mettendo in trappola. Spaccale la testa.
SECONDO FIGLIO: Non lo farei mai. Io voglio baciarla.
PRIMO FIGLIO: Non farti trascinare dal suo sguardo da cerva investita da un tir.
Resisti alla tentazione e spaccale la testa. Spaccagliela contro un muro di cemento.
SECONDO FIGLIO: Le sue guance sono rosa e mi sembrano infinite. Si muovono
su e giù insieme alle sue parole.
PRIMO FIGLIO: Tappale la bocca con un calcio.
SECONDO FIGLIO: Vorrei darle un fiore. Una rosa o un cipresso. Potrei coglierlo
in giardino, la mamma mi perdonerebbe.
PRIMO FIGLIO: Il cipresso serve per seppellirla. Sbatti il suo naso contro la
corteccia e dipingila di rosso.
SECONDO FIGLIO: Rosso è il suo maglione. E rosse sono le sue mani, colpite dal
freddo.
PRIMO FIGLIO: Non è l’amore che ti salverà ma solo il tuo coraggio. Buttala a terra
e riempila di botte. Falla gridare come una cagna sul palcoscenico.
SECONDO FIGLIO: Sophie non grida, sussurra. Parole dolci e delicate, mai
bestemmie.
PRIMO FIGLIO: Ho la nausea alle calcagna. Mi fa schifo tutto quello che esce dalla
tua bocca. Tutto quello che c’è in questa casa. Compi almeno un’azione violenta,
pestale un piede.
SECONDO FIGLIO: No. Dove lei cammina io mi inginocchio.
PRIMO FIGLIO: Mordile una vena e falla zampillare di sangue nero giugulare col
quale poi scrivi una poesia.
SECONDO FIGLIO: Mordo solo i miei polpastrelli per l’imbarazzo di essere qui.
PRIMO FIGLIO: Dalle fuoco. Vedrai le fiamme dell’inferno in anteprima.
SECONDO FIGLIO: L’unica cosa che voglio vedere è la sua anima.
PRIMO FIGLIO: Strappagliela con un bastone sulla schiena. Raccoglilo in mezzo ai
rovi spinosi.
SECONDO FIGLIO: La sua schiena è morbida di burro, non si spezza.
PRIMO FIGLIO: Mettile una mano sul collo e costringila a dire le sue ultime
preghiere.
SECONDO FIGLIO: Sono io che la prego.
PRIMO FIGLIO: Con un punteruolo rompile i capillari del naso. Oppure infila la
sua testa nel torrente. Che se la mangino i pesci.
SECONDO FIGLIO: Ho solo bisogno di dirle qualcosa. Qualsiasi cosa purché sia a
lei.
PRIMO FIGLIO: Rinchiudila in un capanno e frustala con i cavalli. È una bestia, è
una donna.
SECONDO FIGLIO: Secondo me è santa. E porta il caffè a dio in persona tutti i
giorni.
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PRIMO FIGLIO: È una cameriera vuota di testa, infila salse negli zainetti e poggia la
lingua su ogni divano a due posti. Falla cadere dal palazzo per i piedi.
SECONDO FIGLIO: La vorrei stringere a me, ma m’imbarazza il contatto.
PRIMO FIGLIO: Ma non vedi che vuole essere presa a schiaffi tutti i giorni.
SECONDO FIGLIO: Tutti i giorni dovrei ringraziarla e portarla in aria come un
uccello sul podio.
PRIMO FIGLIO: Finirai per comprarle un’aragosta quando dovrebbe ingoiare solo
sterpaglia concimata dai gatti.
SECONDO FIGLIO: Mi piacciono i miei pensieri su di lei. Mi riempiono le ore
vuote del pomeriggio.
PRIMO FIGLIO: Solo tu potevi perdere la testa per una così grassa.
SECONDO FIGLIO: La sua stazza è rassicurante. Potrebbe sollevarmi con un dito.
PRIMO FIGLIO: Spaccale la faccia.
SECONDO FIGLIO: No.
PRIMO FIGLIO: Rompile il naso.
SECONDO FIGLIO: No.
PRIMO FIGLIO: Saltale addosso e buttala a terra come un gattino indifeso.
SECONDO FIGLIO: No.
PRIMO FIGLIO: Torturala con parole da uomo.
SECONDO FIGLIO: No.
PRIMO FIGLIO: Farle del male ti renderà libero. Amarla ti renderà servo.
SECONDO FIGLIO: No, no, no, no, no! Sophie è pura. Abita al primo piano e ha
una stanza gigantesca, come il suo ombrello. Prepara i dolci ai fratelli e si organizza
sempre la giornata su un taccuino. Sarà la donna perfetta per tutti, quando tutti la
conosceranno. Non si ricorda mai che ore sono, l’altra volta ha scambiato la notte col
giorno. Al suo funerale pioveranno petali di fiore e la sua bara avrà le ruote per
correre fino in cielo. M’immagino un’acciaieria dove Sophie lavora come musa, per
mettere di buon umore gli operai. Ha le gambe lisce di seta, gli occhi ipervedenti e la
bocca sempre aperta. Quello che dice è ogni volta interessante, la si potrebbe
ascoltare per lunghi minuti, anche per ore. Sotto il cappello ha una chioma rossiccia e
le scarpe da corsa le mette anche per stare ferma ad aspettare il tram. È armoniosa,
loquace e simbiotica. Sophie è l’assaggio di quello che un giorno troveremo lassù,
quando qui avremo finito di cambiare orologi e sfamare criceti.
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PRIMO FIGLIO: Spero che quando la vedrai le salterai addosso, la prenderai per i
capelli e le sbatterai la testa contro una parete retrò. Lo spero tanto. Secondo me puoi
riuscirci. Alla fine devi fare solo tre cose: saltarle addosso, prenderla per i capelli e
sbatterle la testa contro una parete retrò. Tre semplici cose: saltarle addosso,
prenderla per i capelli e sbatterle la testa contro una parete retrò. Seguendo l’ordine
che ti ho detto: saltarle addosso, prenderla per i capelli e sbatterle la testa contro una
parete retrò.
MADRE: (entrando) Finalmente anche a me è venuto un cancro. Posso tornare a
sentirmi donna davvero.
SECONDO FIGLIO: Salta addosso alla Madre, la prende per i capelli e le sbatte la testa contro
una parete retrò.
TERZO FIGLIO: Piange.
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32. DIVORZIO ALL’ITALIANA
MARITO: Perché non la smetti?
MOGLIE: Smettere cosa?
MARITO: Di essere difficile. Io ho un cancro.
MOGLIE: L’ho avuto anch’io.
MARITO: E allora?
MOGLIE: E allora? Tu hai un cancro al naso.
MARITO: Cos’è non si può avere un cancro al naso? Voi donne pensate sempre di
avere i cancri migliori, non è così?
MOGLIE: Sei davvero insopportabile.
MARITO: Hai ragione, è colpa di Fuffy. Mi è morta fra le mani.
MOGLIE: Non ci pensare.
MARITO: Da quando ho iniziato a vivere con me stesso ho sentito il bisogno di avere
qualcuno accanto. Donne e animali soprattutto. Fuffy era una coniglietta bianca.
MOGLIE: Io l’avrei fatta al forno.
MARITO: Io non sono ancora riuscito ad accenderlo.
MOGLIE: Piuttosto, cosa mi hai portato?
MARITO: Fiori, cioccolatini e un passeggino.
MOGLIE: Perché?
MARITO: Per giocare con le bambole.
MOGLIE: I nostri figli sono adulti ormai. E tutti e tre maschi.
MARITO: Ho sbagliato. Comunque, buon compleanno. Beviamo?
MOGLIE: Sono già in preda al vino, io.
MARITO: È una bella notizia. Vuol dire che stai male anche tu.
MOGLIE: No, sono stata a un matrimonio.
MARITO: Di chi?
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MOGLIE: Il mio.
MARITO: Il giorno del tuo compleanno? È azzardato. Avrai messo in difficoltà gli
ospiti.
MOGLIE: Non ce ne era neanche uno. Ad eccezione dei nostri figli.
MARITO: Ridammeli.
MOGLIE: Perché?
MARITO: Li voglio rivedere.
MOGLIE: Nessuno te li ha strappati.
MARITO: Li voglio riabbracciare.
MOGLIE: Non li riconoscerai neanche.
MARITO: Sarebbe tua la colpa.
MOGLIE: Potevi non lasciarmi.
MARITO: Tu mi hai trascinato all’altare con l’inganno. Mi hai fatto credere di essere
isterica nella norma e invece prendevi cinque tipi di pillole. Non avrei sprecato il mio
tempo se l’avessi saputo prima. Piange.
MOGLIE: Piangi perché ti ho fatto soffrire più di quanto tu abbia fatto soffrire me?
MARITO: Spero che il mio dolore diventi il tuo.
MOGLIE: Non guardare me, guarda il soffitto. È da imbiancare.
MARITO: Per me è come se fossimo all’aperto.
MOGLIE: Comunque, se lo vuoi, io sarò sempre al tuo servizio.
MARITO: Vuoi dire al mio fianco?
MOGLIE: Come una spina.
MARITO: Allora vammi a prendere le chiavi del garage.
MOGLIE: No, in fin dei conti ho detto una sciocchezza. Devo iniziare a volare più in
alto.
MARITO: Aspetti un bambino?
MOGLIE: Sì.
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MARITO: Come hai fatto?
MOGLIE: Mi sono venduta alla scienza e lei mi ha ripagato.
MARITO: Strano. Sei vecchia, ora, Giuseppina.
MOGLIE: Lo ero. Ma da quando non sono più abituata all’idea di amare per sempre
te sono tornata indietro nel tempo. Il padre di questo nuovo angioletto è un
ragazzino.
MARITO: E lo hai sposato!
MOGLIE: No. Ho sposato una lesbica. Così le faccio cambiare i pannolini e scrostare
le pentole. C’è qualcuno nel seminterrato?
MARITO: Si chiama Sophie, è la mia raccattapalle.
MOGLIE: Perché nasconderla in questo modo?
MARITO: Volevo tenerti all’oscuro, ma non sa proprio stare ferma.
MOGLIE: L’hai sposata?
MARITO: Sì. Ma non le sono fedele.
MOGLIE: Che sollievo. Se non fossi stata nella condizione in cui sono, oggi ti avrei
fatto fare cuccù sotto la gonna.
MARITO: Ti ringrazio. La premura non ti è mai mancata.
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PARTE TERZA
33. LO SPETTRO AUTISTICO
MADRE: Sei bianco come un cadaverino appassito. Sono tornata solo perché la
lesbica mi ha dato la carta del due di picche.
PADRE: Senti qua: “Lente, lente
Le scogliere del nord
Si sgretolano sotto l’onda del mare
Ma ti sembra giusto
Che l’aurora
Arrivi quando gli pare?
Io il treno devo prenderlo alle tre
E se mi dimentico
Sono sfortunato
Ci sarà un macchinista che mi avrà aspettato?”
Oggi mi sento belle époque.
MADRE: Mi ha messo davanti un pacchetto tutto incartato alla meglio e dentro c’era
un bel due di picche. E io che speravo che mi avrebbe pulito la canna fumaria per
sempre.
PADRE: Io so fare il magré de canard. O il bollito misto. Scegli il menù della
settimana, per una volta sarò io la sguattera.
MADRE: Avevo previsto tutta una serie di passeggiate che ora non potrò più fare.
Sulle colline, in montagna, sul bagnasciuga. Le nostre rispettive vite finiscono sempre
per attaccarsi l’una all’altra. Mi sento demodé.
PADRE: Tu sorvoleresti il paradiso senza neanche scendere. Non sei mai stata
curiosa, Giuseppina.
MADRE: Ai tuoi occhi non lo so nemmeno io cosa sono. Ai miei risulto una grande
esploratrice. Eppure ho pescato la carta peggiore proprio quando mi serviva una
bambinaia.
PADRE: Potrai tornare ad occuparti della tua splendida famiglia.
MADRE: Quello lì mi ha sbattuto la testa su una parete orribilmente retrò. Perché
non ho avuto la forza di scegliere da sola gli intonaci?
SECONDO FIGLIO: Io pensavo a Sophie. Lui mi ha manomesso il cervello.
PRIMO FIGLIO: Non è facile non poter rompere le ossa alla gente tutti i giorni. Da
quando il nonno se ne è andato io sono un fantasma. Mi riprenderò mai da me stesso?
PADRE: Neanche una vacanza in convento può rimetterti a posto. Accetta il tuo tarlo
e finisci il minestrone surgelato.
64
MADRE: Le ho detto: “Fai come vuoi, fatti la tua vita sessuale con chi vuoi, ma non
smettere di lucidarmi l’argenteria”. Vi sembra una richiesta fuori luogo?
PRIMO FIGLIO: Io gliel’avrei spaccata in testa l’argenteria.
SECONDO FIGLIO: Forse aveva bisogno di trovare una nuova dimensione. Non so,
magari era il suo momento di concedersi un uomo.
PADRE: Ho sperimentato almeno dodici ricette gourmet. Sophie, la mia
raccattapalle che tenevo nel seminterrato, le adorava. Più di tutte il magré de canard.
Se vuoi domani posso architettare una cenetta di “bentornata di nuovo fra noi”.
MADRE: Non mi basta. Ora come ora non mi basta. Sapresti cambiare un pannolino
al giorno d’oggi?
PADRE: Credo di no.
TERZO FIGLIO: Posso farlo io.
MADRE: No, tu devi pensare solo a non farti troppe domande e a intraprendere
un’esperienza di vita.
TERZO FIGLIO: Va bene.
MADRE: Sicuro?
TERZO FIGLIO: Sì, va bene.
SECONDO FIGLIO: Io vorrei carpire i segreti dell’amore, ma non so da dove
iniziare, papà?
PADRE: Secondo me dovresti leggere qualche romanzo.
MADRE: Certo. Un romanzo russo per esempio.
PADRE: Per esempio.
SECONDO FIGLIO: Li ho divorati tutti. Mi hanno ammaestrato ma non sono
ancora riuscito a penetrarne il senso. Mi sembra tutto un grande paradosso.
PRIMO FIGLIO: Non puoi conoscere l’amore se prima non hai sperimentato l’odio.
Entra in una sinagoga con un set di coltelli e affilali sulla clientela. Sono certo che
dopo avrai tutto molto più chiaro.
SECONDO FIGLIO: Tutto quello che dici è mostruoso. Andrai dritto all’inferno con
una scorciatoia.
PRIMO FIGLIO: Non vedo l’ora di essere lì e prendere in mano la situazione.
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SECONDO FIGLIO: Non vedo l’ora di vederti in ginocchio ad implorare dio di
riportarti a casa.
PRIMO FIGLIO: Se mai m’inginocchierò sarà perché mi avranno tagliato le gambe.
SECONDO FIGLIO: Mamma, dove l’avete preso?
MADRE: Ha fatto cuccù dalla mia vagina, dovevo mangiarmelo?
SECONDO FIGLIO: È così strano che sia così.
PADRE: Non andare tanto per il sottile. Finisci il minestrone surgelato.
PRIMO FIGLIO: Solo il nonno era degno d’impartirmi lezioni. Lui sì che sapeva fare
il pedagogo.
PADRE: Ma non mi stavo rivolgendo a te.
PRIMO FIGLIO: A chi ti stavi rivolgendo?
PADRE: Non so. A tuo fratello.
TERZO FIGLIO: Io ho finito di mangiare.
MADRE: Pensa a intraprendere un’esperienza di vita, non a mangiare.
SECONDO FIGLIO: Dici così perché?
MADRE: Non mi stavo rivolgendo a te.
SECONDO FIGLIO: A chi ti stavi rivolgendo?
MADRE: Non so. A tuo fratello.
PRIMO FIGLIO: Cosa dovrei intraprendere?
SECONDO FIGLIO: Un’esperienza.
PRIMO FIGLIO: Mi state mandando a letto?
PADRE: No.
MADRE: Sì.
PADRE: Sì.
MADRE: No.
TERZO FIGLIO: Devo andare a letto?
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PRIMO FIGLIO: Sì.
SECONDO FIGLIO: No.
PADRE: Finisci il minestrone surgelato.
MADRE: Pensa a fare un’esperienza.
PRIMO FIGLIO: Fossi in te entrerei in una sinagoga.
SECONDO FIGLIO: Quando penso a Sophie ho l’acqua alla gola.
PADRE: Se volete domani organizzo una cena imbastendola io stesso su questa tavola
ovale.
MADRE: Non serve. Piuttosto, dov’è il bagno?
PADRE: L’hai dimenticato?
PRIMO FIGLIO: Il tuo armadietto è stato svuotato da quando lui ti ha spaccato la
testa.
MADRE: Per poco non ci rimanevo.
SECONDO FIGLIO: Ancora non me lo spiego.
PADRE: E avevi appena scoperto di avere un cancro.
TERZO FIGLIO: Ancora?
MADRE: No.
PADRE: Pure a me è passato. Come un raffreddore.
MADRE: Se solo fosse rimasta a preparare le pappine.
PADRE: Io metto su un bel magré de canard.
PRIMO FIGLIO: Bolliamo la testa di un rabbino.
SECONDO FIGLIO: Ma non ti entra nel cervello che è tabù?
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
PADRE: Ho sentito per caso il telefono?
SECONDO FIGLIO: Vado io.
PRIMO FIGLIO: Fermi, era solo uno squillo.
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MADRE: Sarebbe bastato anche solo il pomeriggio.
PADRE: In effetti l’aglio mi manca da un bel pezzo.
SECONDO FIGLIO: Le direi di affacciarsi dalla finestra e sporgersi un po’, senza
rischiare di cadere. La sua vita mi è molto cara, più del solito.
MADRE: Mi avrebbe fatto comodo. Come avere quattro mani.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
MADRE: Stavolta l’ho sentito.
TERZO FIGLIO: Anch’io.
PADRE: Io stavolta no.
PRIMO FIGLIO: Potrei girare un film di guerra.
SECONDO FIGLIO: Non sei capace di filtrare la luce.
MADRE: Spingere il passeggino, alla mia età, costa caro.
PADRE: Un sughetto d’accompagnamento ci vuole.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
SECONDO FIGLIO: Qualcuno ci sta cercando.
MADRE: Chi?
PRIMO FIGLIO: Il vicino arrabbiato.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
PADRE: È uno scherzo d’adolescenti eccitati?
MADRE: Dove? Dove sono?
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
PADRE: Sarà andata in fumo la caldaia.
MADRE: Dov’è il bagno?
SECONDO FIGLIO: Sempre dritto.
PRIMO FIGLIO: Devi lavarti le mani?
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
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MADRE: Magari è un grillo.
PADRE: Cosa dici?
MADRE: Un grillo che fa grrrrrrrrrr.
PADRE: Cos’hai?
SECONDO FIGLIO: O una cicala che fa cccccccc.
PRIMO FIGLIO: Schiacciala!
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
PADRE: Sembra più un ragno che fa rrrrrrrr.
PRIMO FIGLIO: Io non vi seguo.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
PRIMO FIGLIO: Ma certo, è un cane che fa bbbbbbb.
MADRE: No, grrrrrrrr.
PADRE: Il magré si serve rrrrrrrr.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
SECONDO FIGLIO: Soph ccccccccc.
PRIMO FIGLIO: Bbbbbbbb.
MADRE: Grrrrrrrrrr.
PADRE: Rrrrrrrrr.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
SECONDO FIGLIO: Ccccccccccc.
PADRE: Rrrrrrrrrrrr.
MADRE: Grrrrrrrrrrrr.
PRIMO FIGLIO: Bbbbbbbbb.
MADRE: Grrrrrrrrrr.
TERZO FIGLIO: Tu tu tu tu.
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SECONDO FIGLIO: Ccccccccc.
PRIMO FIGLIO: BBBBBBBBB.
PADRE: RRRRRRR.
TERZO FIGLIO: TU TU TU TU.
MADRE: GRRRRRRRR.
SECONDO FIGLIO: CCCCCCCCC.
PRIMO FIGLIO: BBBBBBBBB.
MADRE: GRRRRRRRR.
TERZO FIGLIO: TU TU TU TU.
SECONDO FIGLIO: CCCCCCCCC.
PADRE: RRRRRRRRR. Basta!
Silenzio.
PADRE: Finiamola di fare i funamboli, ho un dolore al petto. L’aria che respiro non
mi basta. Le sventure del mondo sembrano entrate all’improvviso dentro di me, come
se fossi stato io a generarle. E i denti, mi si stringono i denti. Anche la spalla ora. E il
braccio. La schiena. Rrrrr. Ho l’alito di un morto. Mi sento stanco, fatemi sedere sul
sofà. Mi sento stanco come un cavallo di poco conto alla fine della corsa. Rrrrr. Non
guardarmi così, Giuseppina. Non sono a mio agio come al solito. Sudo. Dalla fronte,
dal naso, dagli occhi, dalle orecchie che cominciano a non sentire più alcun rumore.
Rrrrr. Brancolo nel buio adesso. È un sogno, un incubo o un’allucinazione
prepotente? Non ho più fiato. Rrrrr. E questo giorno rrrrr. Questo giorno rrrrr.
Questo giorno rrrrr. Sto per svenire.
MADRE: Stai attento al tappeto.
PADRE: Questo giorno è un capolavoro. Sviene.
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34. SFAMARE IL CANE E TUTTO IL RESTO
MADRE: Un giorno avrai la forza di guardare in faccia i tuoi fratelli e fargliela
pagare per tutte le angherie e i soprusi. Sei sempre stato così piccolo. Anche ora che
sei grande… sei così piccolo. Hai capito finalmente cosa è un infarto. Ci sono voluti
molti anni, ma vedere tuo padre rotolarsi sul tappeto proprio sotto i tuoi occhi ti ha
dato una smossa al processo d’apprendimento. Certe cose è meglio saperle così, fa più
male lo so, ma le parole possono essere così fuorvianti. Tante volte ho avuto
l’impressione di parlare con le pareti, e di non essere ascoltata. Tante volte mi sono
messa in ginocchio a pregare chiedendo di non invecchiare più. Eppure, eccomi qui,
con il tacco della scarpa che già calpesta i crisantemi. Comincio a perdere le chiavi di
casa con regolarità e dimentico i nomi dei mariti delle mie amiche ancora vive. Non
esistono le novità a questo punto, si va avanti per certezze non più per tentativi.
Chissà se troverai mai un’occupazione tu. Non ti piace fare niente. Non ti piace
studiare, non ti piace parlare, giocare a carte, lavarti i denti. Ricordo persino che
mutande portavo quando ti ho partorito. Me le sono tolte e ho pensato: che schifo di
mutande. E mia madre le trovava carine, invece. Ma in che mondo ti ho messo, eh?
Me lo chiedo spesso. Ti ho messo in un mondo che non ti merita. Eppure tu non ce
l’hai con me. Mi hai sempre voluto bene non accorgendoti che pensavo a me stessa in
continuazione. E lo stesso faceva tuo padre. Non è un caso, infatti, che i primi due
tentativi siano stati un fallimento totale: un idiota e un antisemita, avresti dovuto
metterli in riga tu. Io ho smesso di essere concentrata da quando ho iniziato a
trafficare con quel maledetto armadietto in bagno. Sembrava proprio il pozzo dei
desideri e, invece, si è trasformato in un’ossessione. Spero tanto tu non debba mai
prendere pillole. Lì per lì è una grande gioia ma poi si aprono le porte dell’altro
mondo. A sedici anni mi sono messa un vestito orribile e da allora non sono stata forte
abbastanza da affrontare questa vita contando solo su di me. Capita a una donna di
non essere al top e di soffrire come una cagna da telenovela.
Ma passerà, no? Tutto passerà. Il nostro stupido amore e anche il nostro stupido
dolore. Passerà la mia vita e passerà un giorno anche la tua. Passeranno i nostri
pensieri, i nostri calcoli quotidiani, le nostre manie d’onnipotenza. Passerà questo
mondo, e il nostro dio. Passerà il prossimo mondo, e il suo nuovo dio. Passeranno i
secoli dei secoli dei secoli dei secoli. Gli animali, le piante, i minerali, gli animali che
combattono contro gli altri animali, i toreri che fanno la fine che si meritano, gli atleti
con le ginocchia piegate in modo innaturale, le persone decapitate dagli elicotteri, le
ferite da masturbazione, da arma da fuoco, da amori finiti, le lobotomie causate dalle
antenne delle macchine, i suicidi dolorosi, i suicidi indolori, le lampadine che non
funzionano, le ragazze simpatiche che si lasciano succhiare le tette da ragazzini
imbranati, le sinagoghe, le chiese, le moschee, i templi buddisti, hindu, scintoisti,
neopagani, le mozzarelle squagliate, gli ex migliori amici, ex amori, ex conoscenti, i
presidenti-dittatori, presidenti-assassinati, presidenti-neri, le bambole con l’occhio
chiuso, i servizi d’informazione invadenti, le serie tv da sottofondo, i microfoni sottili, i
microfoni rotti, i microfoni nascosti, le scale per salire sui tetti, le scale per scendere
dai tetti, i locali insonorizzati, i sussidiari moralistici, i parafulmini, gli zingari
disonesti, le madri assassinate di notte, le madri assassinate di giorno, i biglietti aerei
non rimborsabili, i sonniferi per cani, le catene per cani e biciclette, gli obesi con un
lavoro noioso, i vigili urbani ultra cerebrali, gli scrittori ben vestiti, i cantanti vegani, le
segretarie succhiacazzi, le file di donne nude coi figli stretti al petto, i ciccioni che non
si trovano la prostata, le ciccione che non si trovano lo sfintere, i cugini che strillano,
le mani di qualcun altro che infieriscono, i frammenti di conoscenza innati, i calci sul
71
costato di neomadri proletarie, i rancori lasciati alle spalle, gli abiti più adatti di altri, i
silenzi non richiesti, i capolavori dell’arte mai visti, i progetti in cui rifugiarsi, la gente
che entra in contatto coi pensieri di altra gente, i varchi aperti fra odio e rabbia, i
pianerottoli disabitati, le nonne che russano, i nobili nordici discendenti diretti dei
vichinghi, i mendicanti inconsapevoli di pietà, i letti nuovi che non vanno d’accordo
coi padroni, i cinici annoiati dai paesaggi, i gentiluomini moralmente discutibili, le
tragicommedie inglesi devastanti, i nuovi ricchi con illustri dimore comprate da vecchi
ricchi, le battute scherzose di umoristi viventi, i soldati che adempiono doveri astratti,
i sentieri ripidi che scompaiono fra i cespugli, i tablet dimenticati sui sedili posteriori,
gli orologi stanchi del tempo, i treni stanchi degli orologi, i pendolari stanchi dei treni,
i telecomandi con tasti inutili, l’odore di scorregge, i nonni che tirano fuori dai guai i
nipoti, i buchi del culo rotti o infiammati, le perle di saggezza, i membri del consiglio
direttivo depressi, gli architetti con una bella casa, i soprammobili disposti ad arte, i
pidocchi incastrati fra le dita dei piedi, i neonazisti depilati, gli assistenti alla pedalata,
i campioni che perdono la pazienza, i cazzi che si afflosciano, che pompano sangue, i
cazzi amari, i genitori assenti, presenti, incoscienti, artisticamente presi, le coincidenze
e interconnessioni, le carriere non proprio gratificanti, il buon senso insensato, le
telefonate di cordoglio all’ora di pranzo, gli amanti delle cose già fatte, gli
handicappati impegnati per i diritti degli handicappati, i sani impegnati per i diritti
degli handicappati, i fondamentalisti che rispettano certe tradizioni, i pollai
sovraffollati, le bottiglie di vodka troppo costose per giovani ambiziosi, gli psicopatici
ossessionati dagli incipit dei romanzi, i tassisti silenziosi, gli impeti d’anticipazione
sull’andamento degli eventi futuri, le ringhiere corrose dall’inverno inevitabile, i
permessi di congedo, i fondi sbloccati sull’orlo della catastrofe, la selezione della razza,
i malintesi riguardanti la propria persona, gli eroi morti per una giusta causa, gli eroi
morti inutilmente, gli antieroi, i non eroi, i supereroi, gli infarti mortali. Tutto passerà.
Tutto, tutto, passerà.
TERZO FIGLIO: Piange.